Troppi ossequi verso Trump da parte dei leader europei? Una lezione di realpolitik
di Federico Rampini
Negli Usa in appoggio a Zelensky hanno fatto quello che gli statisti normalmente devono saper fare: leggere i rapporti di forze
Il percorso verso una pace in Ucraina è ancora fragilissimo, le probabilità che il tentativo fallisca rimangono molto elevate. Intanto però qualcosa si può imparare dal summit di ieri alla Casa Bianca. I leader europei (nei quali includo a pieno titolo Zelensky, ormai parte della «famiglia») hanno fatto quello che gli statisti normalmente devono saper fare: leggere i rapporti di forze.
Si è ironizzato su questo o quell’atteggiamento ossequioso verso il padrone di casa, ai limiti della piaggeria. La sostanza è che gli europei hanno fatto e detto le cose giuste perché il summit fosse benefico alla duplice causa del popolo ucraino e della loro sicurezza. Quando si parla di realpolitik, bisogna ricordare che il primo ingrediente del realismo geopolitico è proprio questo: una lettura corretta delle forze in campo.
L’ideologia politica e l’appartenenza partitica non c’entrano. Ieri alla Casa Bianca a sostenere Zelensky c’erano un leader della sinistra storica come il laburista Starmer, un centrista tecnocratico come Macron, tre democristiani moderato-conservatori (i tedeschi von der Leyen e Merz, il finlandese Stubb), Giorgia Meloni, un liberale olandese.
Questi leader europei hanno contribuito a far maturare a Washington una novità di rilievo: la disponibilità americana a partecipare in qualche modo alle future garanzie di sicurezza per l’Ucraina. Una parte di spiegazione sta negli errori di Putin e nel revival della tradizionale politica estera del partito repubblicano (vedi il nuovo peso di Marco Rubio). Ma la svolta non ci sarebbe stata, senza un deciso miglioramento dei rapporti atlantici. E questo lo si deve a due eventi fondamentali degli ultimi mesi, l’accordo Nato sull’aumento delle spese per la difesa, e l’intesa sui dazi.
In ambedue questi casi si sono levati cori di disapprovazione, accuse di cedimento. In realtà l’aumento degli investimenti nella sicurezza dell’Europa è positivo per gli europei stessi; finché lo chiedevano con le buone maniere Obama e Biden non succedeva nulla, ora qualcosa si sta muovendo.
L’intesa sui dazi è stata denunciata come un’umiliazione, una capitolazione, e la premessa per un cataclisma economico. In realtà l’accordo non era così dannoso per l’Europa, l’Apocalisse economica per adesso non si vede, e in ogni caso certe storture del commercio internazionale andavano affrontate: la Germania indica la strada con un ripensamento del suo modello economico, nel quale la spesa pubblica e la domanda interna avranno un ruolo maggiore.
Ma soprattutto: realpolitik.
Chi ha favoleggiato di grandi coalizioni «tutto il Resto del Mondo contro Trump» viveva nel mondo dei sogni. I leader europei per fortuna non si sono lasciati traviare. Hanno letto i rapporti di forze correttamente. Per capire il successo della missione europea a Washington, vi propongo un’analisi impeccabile, di uno dei commentatori più equilibrati e lucidi del New York Times, Ross Douthat (per nulla trumpiano). Riparte dalla famigerata e tanto vituperata intesa sui dazi per allargare lo sguardo. S’intitola «Il potere degli Stati Uniti è troppo grande per essere eluso, isolato o ignorato». Eccone gli estratti principali:
«Trump ha collezionato una serie di vittorie, fissando una nuova base di dazi per gli Stati Uniti con ritorsioni minime da parte dei nostri partner commerciali. L’accordo che Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha siglato con Trump fa parte di questa nuova normalità, in cui la maggior parte dei paesi sembra disposta a pagare un sovrapprezzo per accedere ai nostri mercati; non è l’America a cedere, ma il resto del mondo.
Qui c’è una dura lezione, non solo per chi sperava in una politica commerciale europea più assertiva, ma anche per chi, nei primi mesi della seconda amministrazione Trump, aveva immaginato che un’America governata dal populismo potesse in qualche modo ritrovarsi isolata sulla scena mondiale. Questa fantasia dell’isolamento è stata una fonte sia di conforto sia di godimento per i progressisti anti-Trump, poiché offriva la visione di una possibile fuga politica dal populismo, con la cultura progressista ricostituita a Toronto, Oxford o in Scandinavia, e l’immagine di un’America trumpiana punita economicamente mentre innalzava i suoi muri e il resto del mondo prosperava nello scambio reciproco.
Ma entrambe le illusioni — un ordine economico globale che isola l’America e un ordine progressista che continua senza di noi — sono fraintendimenti fondamentali della situazione globale, che i leader stranieri piegatisi alle richieste di Trump sembrano avere compreso chiaramente.
La prima cosa che hanno capito è che il potere economico americano è semplicemente troppo grande per essere eluso, isolato o ignorato. Prima della vittoria di Trump nel 2024, la narrazione economica era quella di una crescita statunitense nettamente in vantaggio rispetto alle economie di pari grado in Europa e Asia orientale. Dalla sua rielezione in poi, la storia è che anche politiche protezionistiche che quasi tutti gli economisti condannano non hanno impedito alla Borsa americana di salire e alla macchina della crescita americana di continuare a macinare.
Inoltre, anche se Trump dovesse ricadere in follie peggiori e causare una recessione, le forze che favoriscono gli Stati Uniti rispetto a Germania, Gran Bretagna, Corea del Sud o Giappone resterebbero presenti nella prossima amministrazione e oltre. Quasi tutti i nostri pari liberaldemocratici sono più poveri di noi e troppo sclerotici per superare improvvisamente il nostro ritmo.
Non esiste alcuna zona economica in espansione, giovane, dinamica, imprenditoriale capace di sostituire l’America in una rete di economie libere, e dunque non c’è alcun sostituto per il commercio con le nostre imprese e l’accesso ai nostri mercati, anche a prezzo trumpiano.
C’è, naturalmente, la Repubblica Popolare Cinese, abbastanza forte da resistere al bullismo di Trump e dinamica a sufficienza da fungere da contrappeso alla potenza economica americana. Ma a meno che il tuo paese non sia già autoritario — e neppure in quel caso è garantito — i rischi di gettarsi interamente nell’orbita cinese restano molto più estremi dei costi di gestire un’amministrazione populista a Washington.
Questo non significa che altri paesi non finiranno per commerciare di più con la Cina a causa del protezionismo americano. Ma non esiste un mondo plausibile in cui la Cina sostituisca gli Stati Uniti come partner affidabile e pilastro della globalizzazione. Qui la storia economica si intreccia con quella politica. Se è implausibile immaginare una rete di economie europee e asiatiche prosperare senza il leviatano americano, è ancora meno plausibile immaginare un qualche ordine liberale mondiale ricostituirsi separatamente dagli Stati Uniti.
In parte la questione è di hard power. Un ordine liberale mondiale composto dall’Europa occidentale e dal Canada non sarebbe un ordine, ma un anacronismo impotente. Anche se l’ordine post-Guerra Fredda svanisce e il leader americano si vanta di agire puramente per interesse proprio, gli Stati Uniti sono ancora chiamati a mediare conflitti tra India e Pakistan, Cambogia e Thailandia, Congo e Ruanda, e continuano a fornire armamenti che proteggono Taiwan e impediscono la sconfitta dell’Ucraina.
Se la potenza americana si ritirasse del tutto da quel ruolo, non ci sarebbe nessun successore progressista in attesa dietro le quinte. E le concessioni fatte a Trump dai membri della NATO sugli obiettivi di spesa militare, così come quelle commerciali dell’Unione Europea, riflettono la consapevolezza di questa realtà — in cui è sempre meglio contribuire a sostenere la Pax Americana che cercare di costruire un sistema post-americano. …
Nel corso degli anni ho conosciuto sia americani di sinistra sia di destra che hanno lasciato il nostro paese per quello che sembrava un contesto politicamente più congeniale — fuggendo dal wokismo nell’Europa orientale, o dal trumpismo in Canada o in Gran Bretagna.
Il mio suggerimento a questi amici è sempre stato lo stesso: quali che siano i vostri ideali o timori, quali che siano le vostre convinzioni sulla buona società, le battaglie che vi stanno a cuore saranno vinte o perse negli Stati Uniti. I rifugi sono illusori, le alternative deboli, e il futuro della libertà sarà americano oppure non sarà affatto».


